Non fumare, non bere (troppi) alcoolici, fare attività fisica, mantenere una dieta equilibrata e una corretta alimentazione. Sembrerebbe che non ci sia tanto bisogno di studi approfonditi su cosa occorra per vivere una vita in teorica piena salute. Ci sono dei però.

Innanzitutto, i termini in questo modo risultano sempre eccessivamente generici. Che tipo di attività fisica occorre fare e per quanto tempo? a qualsiasi età? Per non parlare poi del campo delle diete, dove molti si chiedono cosa significhi davvero la famosa “dieta sana ed equilibrata”. Qualsiasi persona in gioventù si sarà probabilmente “ingozzata” di dolci o di rondelle di liquirizia durante giornate con gli amici, comunioni, pranzi e cene dai nonni.

Qualsiasi trentenne di oggi si ricorda di detti di dubbio senso empirico ma dal suono convincente come “si ingrassa di più da Capodanno a Natale che da Natale a Capodanno“, sfortunatamente privi di qualsiasi valore scientifico, come ne sono esempi i corpi a forma di botte che fuoriescono dai week end natalizi con i parenti. Inoltre a questa farragine di luoghi comuni se ne aggiunge un altro, ben presente nelle menti delle neo-casalinghe lavoratrici part time a tempo determinato in attesa di ruolo o assunzione che compiono balletti esasperati per “mettere il pranzo con la cena”.

Questione anche di costo

Il cibo salutare, il cibo che fa bene, il cibo senza conservanti, grassi idrogenati, parti processati di animali costa. Semplicemente costa di più. Quindi a volte, per risparmiare si decide di non acquistare la verdura fresca del miglior supermercato della zona o del contadino di prossimità ma qualche foglia di lattuga dall’aspetto sobrio e modesto, impacchettata nel discount della via laterale.

Ma è realmente questo il modo giusto di vivere? D’altro canto è vero che il cibo “buono e naturale” deve essere sempre e comunque costoso? Fatto più che mai vero soprattutto se venduto in costose e ornamentali boutique in zone centralissime delle metropoli. Oppure ci sono alternative che causano meno dispendio di risorse e sono altrettanto benefico.

Uno studio scientifico in particolare, condotto dal 2002 al 2012 dall’Università di Cambridge, il “Plos one” ha sottolineato che la differenza di prezzo tra cibi più e meno salutari ha continuato ad aumentare in valore assoluto negli anni. Rendendo così la dieta salubre una scelta per una sempre minore quantità di persone. Mangiare bene quindi costa e non poco.

Il ruolo dell’Ue con il progetto Change

Gli autori di questo progetto hanno analizzato e monitorato un centinaio di prodotti alimentari, valutandone le variazioni di prezzo correlate alle variazioni di inflazione. Il progetto Chance, aveva come base l’Italia ed è stato sviluppato dal 2011 al 2014 con un finanziamento dell’Unione Europea di quasi tre milioni di euro.

Il poco spettacolare ma incoraggiante risultato è però opposto e mostra che non serve spendere tanto per mangiare “sano”. Stando a questo rapporto, anche le fasce a rischio di povertà assoluta e relativa possono permettersi una nutrizione adeguata e salubre, soprattutto con i cosiddetti microcibi, elementi alimentari creati dapprima in laboratorio poi commercializzati a prezzi di costo, frutto di una attività multidisciplinare tra agronomi e nutrizionisti, il vero fulcro del progetto Chance.

Uno studio che mostra quindi come mangiare in modo salutare possa non essere un’esclusiva dei ceti sociali più facoltosi. Si tratta di un passo in avanti messo in evidenza grazie all’Ue. Molto però resta ancora da fare soprattutto in materia di sviluppo di politiche agricole finanziate dall’Ue e avicole sane, di prevenzione e diffusione di una migliore cultura alimentare.

Di Davide Bagnoli

Giornalista iscritto all'Albo dell'Emilia Romagna, collabora con varie testate ed è autore di due libri

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